Abissi d’acciaio [The Caves of Steel - it]
- Автор: Азимов Айзек
- Серия: Elijah Baley e R. Daneel Olivaw (it) #2
- Год: 1971
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- Переводчик: Giuseppe Lippi
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «Abissi d’acciaio [The Caves of Steel - it]». Краткое содержание книги:
«Certo, lo so.»
«Bene, quando venne sigillata fu lasciato aperto un certo numero di uscite. Cinquecentodue sono quelle che restano. Le altre sono bloccate, o ci hanno costruito sopra. Non ho contato, ovviamente, i punti d’atterraggio dei trasporti aerei.»
«Che avete scoperto?»
«Era una ricerca senza speranza. Non sono sorvegliate e non abbiamo trovato alcun funzionario che ammettesse di occuparsene o le considerasse sotto la sua giurisdizione. Abbiamo avuto l’impressione che molti non ne conoscessero nemmeno l’esistenza. Chiunque avrebbe potuto usarne una, rientrare e non essere scoperto.»
«C’è altro? L’arma del delitto è scomparsa, suppongo.»
«Infatti.»
«Indizi?»
«Nessuno. Abbiamo setacciato scrupolosamente il territorio intorno a Spacetown, ma i robot che lavorano nelle fattorie non valgono granché come testimoni. Sono poco più che macchine automatiche, quasi per niente umanizzate. E di uomini, in giro, non ce n’erano.»
«Capisco. E poi?»
«Dato che abbiamo fallito a Spacetown ci siamo detti che tanto valeva spostare le indagini all’altra estremità del bandolo, New York. Sarà nostro compito schedare gli eventuali gruppi sovversivi e cercare fra le organizzazioni di dissidenti…»
«Quanto tempo hai a disposizione?» chiese Baley.
«Il meno possibile ma tutto il necessario.»
«Bene» disse Baley pensieroso. «Vorrei che tu avessi un altro collaboratore, in questo pasticcio.»
«Io no» disse R. Daneel. «Il questore ha parlato in termini molto elogiativi della tua lealtà e abilità.»
«Carino da parte sua» replicò Baley, ironico. Poi pensò: "Povero Julius. Mi ha sulla coscienza e fa di tutto per aiutarmi".
«Non ci siamo limitati ad accettare le dichiarazioni del tuo superiore» disse R. Daneel. «Abbiamo controllato il tuo curriculum e abbiamo visto che ti sei pronunciato apertamente contro l’uso dei robot nel tuo Dipartimento.»
«Questo ti dà fastidio?»
«Nient’affatto. Le tue opinioni riguardano solo te. Ma è stato necessario analizzare attentamente il tuo quadro psicologico, e sappiamo che nonostante la tua avversione per gli R. lavorerai perfettamente con uno di loro, se lo considererai tuo dovere. Hai un’altissima attitudine alla lealtà e rispetto dell’autorità. È quello che fa per noi: il questore Enderby ti ha giudicato bene.»
«Non hai del risentimento personale per le mie opinioni antirobot?»
R. Daneel rispose: «Se non t’impediscono di lavorare con me e di aiutarmi nella missione, non hanno importanza».
Baley si sentì tradito. Disse, bellicoso: «Va bene, così ho superato l’esame. Ma tu che detective saresti?».
«Non ti capisco.»
«Sei stato progettato come macchina per raccogliere informazioni. Un’imitazione dell’uomo che osserva il modo di vivere terrestre e lo riferisce agli Spaziali.»
«Per un investigatore è un buon inizio, non credi? Essere una macchina che raccoglie informazioni, voglio dire.»
«Un inizio, forse. Ma alla lunga il lavoro non consiste solo in questo.»
«Stai tranquillo, i miei circuiti sono stati modificati prima dell’inizio della missione.»
«Mi piacerebbe sapere in che modo, Daneel.»
«È presto detto: nei miei banchi motivazionali è stato introdotto un potente impulso, il desiderio di giustizia.»
«Giustizia!» urlò Baley. Lo sguardo ironico scomparve dai suoi occhi e fu sostituito dalla più completa sfiducia.
Ma R. Daneel si voltò rapidamente e fissò la porta: «C’è qualcuno, là fuori».
C’era qualcuno, infatti. La porta si aprì ed entrò Jessie, pallida e disfatta.
Baley non ci capiva niente. «Jessie, qualcosa non va?»
Lei rimase immobile, evitando il suo sguardo. «Mi dispiace, ho dovuto…»
«Dov’è Bentley?»
«Passerà la notte nella Sala della Gioventù.»
Baley disse: «Perché? Non ti avevo chiesto questo».
«Hai detto che il tuo collega sarebbe rimasto qui, stanotte. Ho creduto che avesse bisogno della stanza del ragazzo.»
R. Daneel disse: «Non c’era bisogno, Jessie».
La donna alzò gli occhi e fissò R. Daneel con straordinaria intensità.
Baley si guardò le punte delle dita, immaginando quello che sarebbe seguito. Si sentiva male, ma era incapace di agire. Il silenzio che seguì gli fece rimbombare i timpani, finché, in distanza e come attraverso strati di plastex, sentì la voce ovattata di sua moglie: «Io credo che lei sia un robot, Daneel».
E R. Daneel rispose, calmo come al solito: «Lo sono».
VI
Sussurri in una camera da letto
In cima ai livelli dei settori più ricchi ci sono i solarium naturali, dove un divisorio di quarzo con un rivestimento mobile di metallo esclude l’aria ma lascia entrare la luce del sole. Là, mogli e figlie dei più alti funzionari della Città prendono la tintarella. E là, ogni sera, si ripete un fenomeno unico.
Cade la notte.
Nel resto della Città (compresi i solarium artificiali, dove milioni di persone, a turno e per un tempo rigidamente stabilito, possono esporsi alle lampade a raggi ultravioletti) il decorso della giornata è stabilito da un calendario convenzionale.
L’attività produttiva potrebbe continuare senza problemi ventiquattr’ore su ventiquattro, in tre turni di otto ore o in quattro di sei ore. Non ci sarebbe differenza fra "notte" e "giorno", ma luce e lavoro potrebbero seguire un ciclo ininterrotto. Non mancano mai i riformatori civici che periodicamente suggeriscono un’innovazione del genere, nell’interesse dell’economia e dell’efficienza.
Ma è una proposta che non verrà mai accettata.
La maggior parte dei vecchi costumi terrestri sono stati aboliti nell’interesse delle già citate efficienza e produttività: lo spazio, la privacy e perfino, in parte, il libero arbitrio. Dopotutto erano prodotti della civiltà, e non più vecchi di diecimila anni.
L’abitudine di dormire la notte, tuttavia, è vecchia quanto l’uomo: un milione di anni. Non è facile rinunciarci. Benché nessuno si accorga che sta scendendo la sera, le luci dei settori abitati si abbassano e il ritmo della Città rallenta. Benché nessuno possa distinguere il mezzogiorno dalla mezzanotte in base ai fenomeni cosmici, l’umanità continua a regolarsi sulle lancette dell’orologio anche nel corridoi delle Città.
Le strade celeri si vuotano, i rumori della vita si attenuano, la folla che brulica nelle colossali gallerie scema; New York City riposa sull’emisfero in ombra, anche se nessuno se ne accorge. E i suoi abitanti dormono.
Elijah Baley non dormiva. Era a letto e le luci erano spente, ma questo era tutto.
Jessie era stesa accanto a lui, immobile nelle te nebre. Non la sentiva muovere da un po’.
Oltre la parete, nella stanza accanto, riposava R. Daneel Olivaw (sdraiato? in piedi? seduto? Baley si domandò cosa).
Baley sussurrò: «Jessie!». E di nuovo: «Jessie!».
La sagoma scura accanto a lui si mosse lievemente. «Che cosa vuoi?»
«Jessie, non rendermelo ancora più difficile.»
«Avresti dovuto dirmelo.»
«E quando? Stavo pensando al modo migliore per farlo, ma tu… per Giosafatte!»
«Ssst.»
La voce di Baley si ridusse di nuovo a un sussurro. «Come l’hai scoperto? Perché non me lo dici?»
Jessie si girò dalla sua parte. Lije sentiva gli occhi che lo fissavano nel buio.
La voce di Jessie fu un’impercettibile vibrazione nell’aria. «Lije, quella cosa… può sentirci?»
«No, se parliamo così piano.»
«Come fai a saperlo? Potrebbe avere orecchie speciali che captano i più piccoli suoni. I robot Spaziali possono fare qualsiasi cosa.»
Baley lo sapeva. La propaganda prorobot non faceva che elencare i miracolosi poteri degli automi Spaziali, la loro durata, i sensi in più, i servigi che rendevano all’umanità in centinaia di nuovi modi. Personalmente Lije pensava che quel tipo di pubblicità fosse controproducente. I terrestri odiavano i robot a causa della loro potenza.