Nel cuore della cometa [The Heart of the Comet - it]
- Автор: Бенфорд Грегори, Брин Дэвид
- Год: 1987
- Язык: итальянский
- Год: Nord
- ISBN: 88-429-0182-2
- Переводчик: Сандро Сандрелли
- Жанр: Космическая фантастика
Электронная книга - «Nel cuore della cometa [The Heart of the Comet - it]». Краткое содержание книги:
— Ti amo — disse, mentre prendeva l'unità fra le proprie braccia massicce. Il primo degli uomini identici gli sorrise in risposta.
— Anch'io ti amo — rispose, soltanto un poco sorpreso.
A questo punto, però, la tempesta dei dati, il tornado di elettroni confusi, si era spostato oltre. Infuriava su e giù lungo canali di fibre superraffreddate.
Quasi esaurito, il torrente si riversò finalmente in una vasta cavità dove pareva che tutto il mondo lo stesse aspettando.
— Benvenuta, bambina — la salutò allegro il grande o'Toole. Olivier e Redford sollevarono i calici per brindare al suo arrivo. — Ti stavamo aspettando — dissero.
Era una grande sala, la cui volta era sorretta da eteree colonne di cristallo. Ma c'era troppa gente. In smoking e in abiti da cerimonia, le si pigiavano intorno da ogni parte, umidi e appiccicosi. E una parte sempre maggiore di lei cercava di entrare.
Fuori di qui! Mi serve questo spazio!
Presa dalla disperazione, afferrò uno degli attori dei vecchi tempi, Redford, per il fondo dei pantaloni, e lo buttò fuori da una finestra che si spalancava nel vuoto.
Siamo le tue personalità simulate. I tuoi giocattoli. Sei stata tu a crearci! le spiegò in tono professorale Sigmund Freud, incartapecorito, la bocca stretta, mentre volava fuori, dietro all'idolo dello schermo.
Non me ne importa. Fuori di qui!
Edmund Halley, gioviale, con la faccia arrossata, sollevò il proprio bicchiere per brindare e li seguì, con il panciotto che sbatteva al vento. Lenin, che cercava di scappare come un granchio, procedendo obliquamente, rannicchiato al suolo, venne ghermito dalla torreggiante figura bruna di re Kamehamea, il quale s'inchinò verso di lei, sorridendo, e si lanciò con un balzo in mezzo alla tempesta che infuriava fuori, stringendo a sé l'urlante bolscevico.
Tutti gli attori, ad uno ad uno, volarono fuori a mano a mano che una parte sempre più grande di lei fluiva dentro la stanza. Era come Alice dopo che aveva mangiato il fungo, si rese remotamente conto. Dovette sbattere fuori a forza alcuni ospiti della festa. Ma altri, come il signor Fixit, si lanciarono fuori volontariamente. Percy e Mary Shelley uscirono fuori insieme a passo di valzer, con Frankenstein che li seguì goffo e pesante.
A mano a mano che continuava a crescere, li buttava fuori a manciate, mollandoli dappertutto… questo dentro un mech che vagava per i ghiacciai, quell'altro giù dentro un canale a microonde per venire irradiato verso le stelle.
Nessun sentimento le frenava la mano. Quella era una questione di sopravvivenza. Suo padre dalle guance rosse, franco e cordiale, balzò fuori dalla finestra al fianco di un sarcastico, trillante, delfino. Più spazio! Più spazio!
La figura più grande rimase per ultima. Era grande quasi quanto era diventata lei, con una faccia gonfia e sghemba che non aveva mai visto prima. La faccia d'un bambino. Si fermò con le mani strette a metà intorno al collo della simulazione.
— Sono JonVon — disse questa, con la voce d'un giovanetto.
JonVon? Sbatté le palpebre. Dietro di lei altri impulsi arrivarono a ondate, spingendo, altri frammenti di lei lottavano per entrare. Eppure le sue mani si tirarono indietro.
Non… non posso…
— Ma devi farlo, madre. L'esperimento è completo. Abbiamo visto che una macchina bio-organica può contenere un'intelligenza di livello umano… ma che l'intelligenza non può aver origine dentro un luogo come questo. Un tempo dev'essere stata umana.
«Madre, devi fare di questo luogo la tua casa.
Casa… Allora, il mio corpo…
— Morto, secondo il computer diagnostico. Sei stata mandata qui per venir salvata. E non c'è posto per due.
Il bambino arretrò verso la finestra, dove i fulmini crepitavano sullo sfondo d'una volta rosata. Al di là, il ruggito del caos.
— Addio.
JonVon!
Un fruscio sibilante. Un minuscolo pop.
Lei avanzò impetuosa a riempire lo spazio che lui aveva occupato.
Adesso conosco il mio nome si rese conto. Ero Virginia Kaninamanu Herbert.
La camera gemette intorno a lei. I pilastri rosei si spezzarono e il soffitto si crepò, facendo piovere una polvere d'oro bruciato.
Una metafora lei si rese conto. Questo posto era una metafora, un indicatore dello spazio cerebrale disponibile. Gettando fuori le persone che aveva simulato, scaricava l'eccesso di memoria impiegato, riprogrammando freneticamente il computer stocastico-colloidale perché contenesse… lei.
Non ci entrerò mai… gridò, mentre le metaforiche pareti gemevano minacciando di cedere.
Mi sta schiacciando… Non riuscirò ad entrare tutta!
Lottò per mantenere la calma. Adesso c'era abbastanza di lei là dentro per ricordare quelle ultime ore mentre volava via nello spazio insieme a Carl, la loro disperata scommessa, Carl che rimpiccioliva, e poi il gelo bruciante, il nero sfavillante, l'aria stantia… la solitudine.
No imprecò. Potrò anche essere morta, ma sono ancora la miglior dannata programmatrice che sia mai vissuta!
Revisiona, espungi, fai spazio. Utilizzò alcune cose che aveva imparato da Saul, e recise degli istinti atti a controllare funzioni biologiche che non avrebbe mai più usato. Si sbarazzò della capacità di allacciarsi le scarpe, e buttò fuori la delicata arte dell'uncinetto.
Far l'amore… oh, che perdita! Il ricordo dello sbattimento e dell'eccitazione fremente della pelle dell'uno che si fondeva con quella dell'altro, entrambe ricoperte da una pellicola di sudore… ma le pareti minacciavano di schiacciarla. Prese su i riflessi, uno zerbino di chiassosi fili gialli, e preparò le metaforiche forbicine.
— Virginia?
Una polvere silicea piovve su di lei quando cozzò nuovamente con la testa contro il soffitto. Chi è? Mi pareva di averli eliminati tutti.
In un angolo, un'ultima forma umana. La raccolse. Mi spiace, ma non c'è spazio. Devi andartene.
La figura sorrise. — Non sono neppure qui, per così dire. Sono soltanto un visitatore di questo mishegas.
Lei sbatté le palpebre. Saul. Ma non ricordava di aver realizzato una sua simulazione…
— Io non sono una simulazione, mia verblonget, tesoro. Sono collegato alla consolle del tuo laboratorio. Sono sceso quaggiù per cercare di aiutarti.
Aiu… tarmi?
Già poteva sentire gli orli di se stessa che si sfilacciavano, si dissipavano, là dove non potevano inserirsi nella matrice. Forse dovrei morire con il mio corpo.
— Morditi la lingua — la rimproverò Saul.
Che lingua? La cavità echeggiò della sua amara, metallica risata.
— Pensaci. Esistono altri posti in cui immagazzinare la memoria?
Altri posti… si chiese lei. Lo hai fatto con i tuoi cloni. Ciascuno di essi riceve una copia dei tuoi ricordi. Ma…