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READ-E-BOOK » Космическая фантастика » Il risveglio di Endymion [The Rise of Endymion]
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Il risveglio di Endymion [The Rise of Endymion]

Электронная книга - «Il risveglio di Endymion [The Rise of Endymion]». Краткое содержание книги:

L’inquisizione è tornata a colpire. Nell’anno del Signore 3131, la Chiesa, garante dell’immortalità fisica a tutti i suoi fedeli, ingaggia una crociata contro gli Ouster, indomiti mutanti di origine umana. E lancia nello spazio una spietata caccia a Aenea — la fanciulla ritenuta il nuovo messia — per carpire il segreto della sua forza misteriosa. Mentre Endymion è custodito nella cella della morte, la ribellione dei giusti sta per giungere al suo atto finale: tutto ruota intorno a Aenea, dotata di grandi poteri e portatrice di oscure verità… Dopo «Hyperion», «La caduta di Hyperion» ed «Endymion», Dan Simmons tocca con questo romanzo l’apice della forza visionaria e immaginativa. E conclude una delle più celebrate, irresistibili e sensazionali saghe fantascientifiche del nostro tempo.
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"È dura" mi disse all’orecchio la voce di Aenea. "Vuole liberarsi e puntare a est."

"Non possiamo" ansimai, tirando di nuovo il parapendio nel vento di testa, spinto più in alto in una grande cavalcata verticale.

"Lo so." La voce di Aenea era tesa. Ora mi trovavo a un centinaio di metri da lei e sotto di lei, ma riuscivo a vedere la sua piccola figura lottare con la barra di comando, gambe tese, piedi piantati all’indietro come chi si tuffa da una scogliera.

Scrutai intorno a me. Il vivido sole aveva un alone di cristalli di ghiaccio. Le linee di cresta, così in basso, erano quasi invisibili e le sommità dei picchi più alti si trovavano ora chilometri sotto di noi.

"Come se la cava A. Bettik?" mi domandò Aenea.

Con una torsione del corpo mi sforzai di guardare. L’androide girava in cerchio sopra di me. Teneva gli occhi chiusi, mi parve, ma faceva regolazioni sulla barra di comando. La sua pelle azzurra luccicava per un velo di brina. "Bene, credo" risposi. "Aenea?"

"Sì?"

"C’è qualche possibilità che la Pax a Shivling o in orbita intercetti le nostre comunicazioni via filo?" Avevo in tasca il diskey-diario/ricetrasmittente, ma avevamo deciso di usarlo solo al momento di chiamare la nave. Sarebbe stata una vera ironia, se ci avessero catturato o ucciso perché usavamo i comunicatori delle dermotute.

"Nessuna possibilità" ansimò Aenea. Anche con la maschera osmotica e il respiratore incorporato nella dermotuta, l’aria era povera d’ossigeno e fredda. "I fili hanno una portata molto ridotta. Mezzo chilometro al massimo."

"Allora non allontanarti" dissi e mi concentrai nel prendere ancora qualche centinaio di metri di quota, prima che l’uragano quasi silenzioso che mi sballottava spedisse l’aliante a sibilare verso est.

Fra qualche minuto non avremmo più potuto resistere alla violenza della corrente di quel fiume d’aria. La termale non diminuì, parve solo morire completamente: allora fummo alla mercé della corrente a getto.

"Andiamo!" gridò Aenea, dimenticando che il mio auricolare captava anche il suo minimo bisbiglio.

Vidi A. Bettik aprire gli occhi e farmi segno che tutto andava bene. Nello stesso istante il mio parapendio lasciò la termale e fu spinto a est. Anche con la scarsa trasmissione del suono, avevo l’impressione di rombare nell’aria a una velocità così incredibile da risuonare nelle orecchie. Il delta giallo di Aenea striò il cielo come un dardo di balestra. Il delta blu di A. Bettik lo seguì. Lottai con i comandi, capii di non avere la forza di cambiare il percorso nemmeno di un solo grado e mi limitai a tenermi attaccato, mentre saettavo a est e in basso nel violento fiume d’aria. Davanti a noi splendeva il T’ai Shan, ma ora perdevamo rapidamente quota e la montagna distava ancora molto. Vari chilometri più in basso, sotto il mare monsonico di nubi bianche, le verdastre nuvole di fosgene dell’acido oceano planetario ribollivano, invisibili ma in attesa.

Le autorità della Pax nel sistema di T’ien Shan erano perplesse.

Quando, a bordo della Jibril, ricevette il bizzarro segnale d’allarme dalla enclave della Pax a Shivling, il capitano Wolmak tentò di chiamare il cardinale Mustafa e gli altri, ma non ottenne risposta. Nel giro di qualche minuto inviò una navetta da combattimento con venticinque marines, compresi tre medici.

Il rapporto in codice su linea diretta con la nave lasciava perplessi. La sala conferenze nel gompa dell’enclave era una rovina sanguinolenta. Dappertutto c’erano schizzi di sangue umano e di viscere, ma l’unico corpo nella sala era quello del Grande Inquisitore, storpiato e accecato. I marines controllarono il DNA del maggiore schizzo di sangue arterioso e scoprirono che apparteneva a padre Farrell. Altre chiazze di sangue risultarono appartenere all’arcivescovo Breque e al suo aiutante, LeBlanc. Ma non c’erano cadaveri. Non c’erano crucimorfi. I medici riferirono che il cardinale Mustafa era in stato comatoso, sotto shock profondo, e prossimo alla morte; lo rimisero in sesto alla meglio, usando solo i kit da campo, e chiesero ordini. Dovevano lasciar morire il Grande Inquisitore e poi risuscitarlo o dovevano metterlo nel medibox della navetta e tentare di salvarlo, anche se sarebbero trascorsi vari giorni prima che riprendesse conoscenza e descrivesse l’accaduto? Altrimenti il medico poteva metterlo nell’apparecchiatura supporto vita, usare droghe per farlo uscire dal coma e interrogarlo nel giro di qualche minuto, ma intanto il paziente avrebbe sofferto moltissimo e sarebbe stato sempre in punto di morte.

Wolmak ordinò di aspettare e si mise in contatto con l’ammiraglio Lempriere, comandante della task force. Al limitare del sistema di T’ien Shan, a molte UA di distanza, le quaranta e passa navi che avevano sostenuto la battaglia contro la Raffaele ricuperavano sopravvissuti dalle Arcangelo irreparabilmente danneggiate e aspettavano l’arrivo della navetta automatica papale e della robonave del TecnoNucleo che avrebbe messo in animazione sospesa la popolazione del pianeta. Ancora nessuna delle due era giunta. Lempriere si trovava più vicino, quattro minuti luce, e la trasmissione avrebbe impiegato appunto quattro minuti a raggiungerlo e farlo accorrere. Wolmak pensò di non avere scelta. Rimase in attesa, mentre il messaggio partiva.

A bordo della nave ammiraglia Raguele, Lempriere si trovò in una situazione assai delicata, con solo qualche minuto per decidere sulla sorte del cardinale Mustafa. Poteva lasciar morire il Grande Inquisitore e confidare che il trattamento abbreviato per risuscitarlo in due giorni avesse successo. Il cardinale Mustafa non avrebbe sofferto troppo. Ma gli autori dell’attacco — lo Shrike, gli indigeni, i discepoli del mostro Aenea, gli Ouster? — sarebbero rimasti un mistero fino allora. Lempriere decise in dieci secondi, ma c’era un ritardo di quattro minuti nella trasmissione avanti e indietro.

«Dica ai medici di stabilizzarlo» trasmise a Wolmak sulla Jibril in orbita intorno al pianeta. «Lo metta nel supporto vita della navetta. Lo porti fuori. Lo interroghi. Quando ne sapremo abbastanza, chieda al robochirurgo una prognosi. Se si farà più in fretta a risuscitarlo, lo lasci morire.»

«Sissignore, sissignore» rispose Wolmak quattro minuti più tardi e passò parola ai marines.

Intanto i marines ampliavano l’area di ricerca e usavano monorepulsori per esplorare le pareti degli strapiombi intorno al Fallo di Shiva. Scandagliarono col radar il Rhan Tso, il lago Lontra, ma non trovarono né lontre né i cadaveri dei prelati scomparsi. Nell’enclave c’era stata, con il gruppo del Grande Inquisitore, una guardia d’onore di dodici marines — più il pilota della navetta — ma anche di loro non c’era traccia. Furono trovati sangue e visceri, fu analizzato il DNA e così si seppe la sorte di quasi tutti gli scomparsi, ma i loro cadaveri non furono trovati.

«Dobbiamo allargare la ricerca al Palazzo d’inverno?» domandò il tenente dei marines al comando della squadra. Tutti i marines avevano il preciso ordine di non disturbare i locali, in particolare il Dalai Lama e il suo popolo, prima che arrivasse la nave del Tecno-Nucleo a mettere a nanna la popolazione.

«Aspetta un momento» disse Wolmak. Vide che la spia del monitor dell’ammiraglio Lempriere era accesa. Anche il diskey di trasmissione, sulla sua rete di comando, palpitava: era l’ufficiale dei servizi segreti della Jibril, giù nella bolla dei sensori. «Sì?»

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