Era diventato una personalità, una cosa che loro avevano eliminato dal sistema già molti decenni prima. Ma era così, e c’era lui, una personalità decisamente imponente. In certi ambienti — gli ambienti del ceto medio — la cosa veniva considerata disgustosa. Ostentazione volgare. Anarchica. Vergognosa. In altri ambienti c’erano solo risolini, negli strati in cui il pensiero è asservito alla forma e al rituale, alla correttezza, ai convenevoli. Ma più giù, oh, molto più giù, dove la gente aveva sempre bisogno di santi e di peccatori, di panem et circenses, eroi e cattivi, era considerato un Bolivar; un Napoleone; un Robin Hood; un Dick Bong (Asso degli Assi); un Gesù; un Jomo Kenyatta.
E al vertice — dove ogni fremito e ogni vibrazione minacciano di spodestare i ricchi, i potenti e i titolati dalle loro rocche — era considerato una minaccia; un eretico; un ribelle; un disonore; un pericolo. Era conosciuto giù giù per la catena gerarchica, fino al nucleo, ma le reazioni importanti erano in alto in alto e in basso in basso. Al vertice, e in fondo.
Perciò venne tirato fuori il suo incartamento, insieme alla sua scheda oraria e alla sua cardiolastra, e tutto venne consegnato nell’ufficio dell’Uomo del Tic-Tac.
L’Uomo del Tic-Tac: alto molto più di un metro e ottantacinque, spesso taciturno, un uomo morbido che faceva le fusa quando le cose andavano bene. L’Uomo del Tic-Tac.
Persino negli ambienti della Gerarchia, dove la paura veniva generata, di rado subita, veniva chiamato l’Uomo del Tic-Tac. Ma nessuno lo chiamava così al cospetto della sua maschera.
Non si chiama un uomo con un nome odiato, quando quell’uomo, dietro la sua maschera, è capace di revocare i minuti, le ore, i giorni e le notti, gli anni della vostra vita. Era chiamato Maestro Cronometrista, in sua presenza. Era meno pericoloso.
— Questo è ciò che è — disse l’Uomo del Tic-Tac con autentica dolcezza. — Ma non chi è. La scheda oraria che tengo nella mano sinistra reca impresso un nome, ma è il nome di ciò che è, non chi è. Questa cardiolastra che tengo nella mano destra reca pure impresso un nome, ma di ciò che è nominato, non di chi. Prima di poter operare una regolare revoca, debbo sapere chi è.
Ai suoi collaboratori, tutti i furetti, tutti i confidenti, tutti gli spioni, tutti gli informatori, persino i commessi, disse: — Chi è questo Arlecchino?
Non faceva le fusa. Dal punto di vista del tempo, strideva.
Tuttavia, quello era veramente il discorso più lungo che gli avessero sentito pronunciare in una volta sola i collaboratori, i furetti, i confidenti, gli spioni, gli informatori, ma non i commessi, che di solito comunque non erano lì per poterlo sapere. Ma anch’essi si precipitarono per scoprirlo.
Chi è l’Arlecchino?
Lassù, sopra il terzo livello della città, stava rannicchiato sulla ronzante piattaforma d’alluminio della scialuppa aerea (puah! scialuppa aerea, proprio! era una barchetta raffazzonata in qualche modo) e guardava, laggiù, l’ordinata disposizione degli edifici, che sembrava un quadro di Mondrian.
Nelle vicinanze, sentiva il ritmo da metronomo sinist-destr-sinist del turno delle 2.47 pomeridiane, che entrava un minuto dopo, udì il più sommesso destr-sinist-destr della formazione delle 5.00 antimeridiane che tornava a casa.
Un sogghigno da folletto si schiuse sul volto abbronzato, e per un momento apparvero le fossette. Poi, grattandosi il ciuffo scarmigliato di capelli rossi, scrollò le spalle entro l’abito variegato, come se si preparasse a ciò che stava per accadere, e spostò in avanti la leva, e si piegò nel vento mentre la scialuppa aerea scendeva in picchiata. Sfiorò un marciapiede mobile, abbassandosi volutamente di qualche spanna per sgualcire i nastri delle signore alla moda e, infilandosi i pollici nelle grosse orecchie, cacciò fuori la lingua, roteò gli occhi e fece wugga-wugga-wugga. Fu una diversione di poco conto. Una donna sdrucciolò e cadde, spargendo pacchetti tutto intorno, un’altra se la fece addosso, una terza si accasciò di traverso, e il marciapiede mobile venne bloccato automaticamente dai serventi, in attesa che si riuscisse a farla rinvenire. Fu una diversione di poco conto.
Poi lui si allontanò volteggiando su una brezza vagabonda, e sparì. Ih-oh.
Mentre girava intorno al cornicione del palazzo del Time-Motion Study, vide quelli del turno, che stavano appunto salendo sul marciapiede mobile. Con gesti esperti e con un’assoluta conservazione del movimento, salirono lateralmente sulla corsia più lenta e poi (in una fila da balletto che ricordava un film di Busby Berkeley degli antidiluviani Anni Trenta) avanzarono attraverso le corsie, camminando come struzzi, fino a quando furono allineati sull’espressovia.
Ancora una volta si schiuse il sorriso da folletto, e mancava un dente, là indietro, sulla sinistra. Si tuffò, li sorvolò in picchiata; e poi, rigirandosi sulla scialuppa aerea, tolse i cavicchi che tenevano chiuse le estremità dei suoi trogoli fatti in casa, e che impedivano al suo carico di rovesciarsi prematuramente. E mentre sfilava i cavicchi, la scialuppa aerea sorvolava gli operai della fabbrica, e centocinquantamila dollari di gelatine si rovesciarono in una cascata sull’espressovia.