— Rimarrò in alto — dice Kendrick. — A meno che non usi una pietra divinatoria, il Re degli Elfi non scoprirà che questa bestia ha un cavaliere. Di qui, terrò occhio la città ed il castello. — E poi…? Lui non lo sa. Sa solo che la deve liberare o morire nel tentativo. Quanto tempo gli ci vorrà ancora, per quante altre notti dovrà lei sopportare l’abbraccio del Re?
— Pensavo doveste studiare Iapetus — interruppe Mark Danzig.
Il suo tono secco fece tornare alla realtà gli altri tre con un sussulto; Jean Broberg arrossi per l’imbarazzo e Colin Scobie per l’irritazione, mentre Luis Garcilaso scrollava le spalle con un sorriso e tornava a fissare la consolle di pilotaggio davanti alla quale era seduto. Per un momento, la cabina fu piena di silenzio, insieme alle ombre ed alla luminosità dell’universo.
Per favorire l’osservazione dell’esterno, tutte le luci erano spente, fatta eccezione per il tenue bagliore che veniva dagli strumenti; gli oblò dalla parte del sole erano schermati, gli altri erano affollati da stelle tanto numerose e splendenti da soffocare quasi l’oscurità che le imprigionava. In uno degli oblò era incorniciato Saturno, a metà di una sua fase, il lato diurno color oro pallido e solcato da ricche bande fra gli ornamenti dei suoi anelli, il lato notturno debolmente splendente di una luce stellare sopra le nubi, tanto grande a vedersi quanto la Terra rispetto alla Luna.
Più avanti c’era Iapetus. L’astronave ruotava mentre orbitava intorno alla luna, in modo da mantenere un campo visivo costante, ed aveva attraversato la linea diurna, attualmente posta a metà dell’emisfero interno: in questo modo si era lasciata alle spalle la zona spoglia e costellata di crateri, ora immersa nel buio, per sorvolare una zona di ghiacciai illuminata dal sole. Il candore era accecante, brillava con frammenti e scintille di colore che salivano verso il cielo creando forme fantastiche. Anfiteatri, crepacci, caverne, erano orlati di azzurro.
— Mi dispiace — sussurrò Jean Broberg, — ma è troppo bello, incredibilmente splendido, e… è quasi uguale al luogo dove ci aveva portati il nostro gioco. Ci ha colti di sorpresa…
— Uh! — fece Mark Danzig. — Avevate un’idea abbastanza precisa di cosa aspettarvi, quindi avete fatto in modo da condurre il vostro gioco verso qualcosa che gli somigliasse. Non cercate di raccontarmi il contrario: sono otto anni che vedo cose del genere.
Colin Scobie fece un gesto selvaggio. Rotazione e gravità erano troppo tenui perché il peso corporeo fosse rilevante, ed il suo movimento lo fece volare nell’aria dall’altra parte della cabina affollata. Scobie si aggrappò ad un sostegno appena in tempo, prima di sbattere contro il chimico.
— Stai dando a Jean della bugiarda? — ringhiò.
Generalmente, Scobie era di umore allegro e noncurante, e, forse proprio per questo apparve ora improvvisamente minaccioso. Era un uomo di grosse dimensioni, con i capelli color sabbia, sui trentacinque anni; la tuta che indossava non riusciva a nascondere la muscolatura sottostante, ed il cipiglio attuale metteva in evidenza la durezza dei lineamenti.
— Per favore! — esclamò la Broberg. — Non litighiamo, Colin!
Il geologo le lanciò un’occhiata: Jean era una donna snella e dai lineamenti minuti. All’età di quarantadue anni, nonostante il trattamento di longevità, i capelli di un castano rossiccio che le scendevano sulle spalle cominciavano a striarsi di grigio, e le rughe si stavano approfondendo intorno ai grandi occhi grigi.
— Mark ha ragione — sospirò la donna. — Siamo qui per ragioni scientifiche, non per sognare ad occhi aperti. — Protese la mano per toccare il braccio di Scobie, sorridendo timidamente. — Tu sei ancora immerso nel personaggio di Kendrick, vero? Coraggioso, protettivo… — Si arrestò, perché il tono accelerato della sua voce aveva tradito più che un accenno al personaggio di Ricia. Si coprì le labbra ed arrossì di nuovo; una lacrima apparve all’angolo dell’occhio e si allontanò brillando su una corrente d’aria mentre lei si costringeva a ridere. — Io sono soltanto l’esperta di fisica Broberg, moglie dell’astronomo Tom e madre di Jhonnie e Billy.
Il suo sguardo si spostò in direzione di Saturno, quasi cercando la nave su cui la sua famiglia era in attesa. Ed avrebbe anche potuto scorgerla, come una stella che si muoveva navigando fra le altre stelle, se la vela del sole fosse stata spiegata. Ma quella vela era adesso raccolta, e l’occhio nudo non poteva individuare neppure una massa immane come quella del Chronos, a milioni di chilometri di distanza.
— Che male c’è se portiamo avanti la nostra piccola commedia dell’arte? — chiese Luis Garcilaso dal sedile di pilotaggio. La sua strascicata cadenza dell’Arizona era rilassante a sentirsi. — Non atterreremo ancora per qualche tempo, e tutti gli strumenti rimarranno sull’automatico fino ad allora. — Era un uomo piccolo ed abile, dalla pelle abbronzata, ancora ventenne.
Danzig atteggiò il suo volto color cuoio ad un’espressione accigliata. All’età di sessant’anni, grazie alle abitudini oltre che al processo di longevità, possedeva ancora un corpo magro e scattante, e sapeva scherzare sulle sue rughe e sulla crescente calvizie. In quel momento, però, accantonò il proprio umorismo.