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Sul Mare di Sangue imperversava una tempesta. Una tempesta strana, di fattura celeste, mulinava al di sopra di un castello che si innalzava in cima a un dirupo. Le nuvole ribollivano attorno alle mura del castello. I tuoni crepitavano, e i fulmini abbagliavano e accecavano gli spettatori mortali (un monaco, un kender e un cane) che camminavano a fatica tra le dune di sabbia lungo la costa, molto più in basso. I tre si facevano forza contro il vento sferzante che scagliava sabbia negli occhi. Tutti e tre erano inzuppati dagli spruzzi di acqua salata sollevata dalle onde che si frangevano sulla riva. Una volta lì, le onde afferravano la sabbia con dita tenaci, cercando di aggrapparsi, ma erano costrette a mollare la presa quando il moto del pianeta le trascinava all’indietro.
Ogni volta che balenava un fulmine, il monaco riusciva a vedere una torre in lontananza sul mare. La torre non c’era il giorno prima. Era comparsa durante la notte, strappata alle profondità del mare da qualche forza catastrofica, e ora se ne stava lì con l’acqua che colava dalle grondaie, e con l’aria smarrita, come domandandosi, al pari degli uomini e degli dei, come fosse arrivata in quel luogo.
Il monaco, Rhys, era quasi piegato in due, con la veste incollata addosso e il corpo snello e muscoloso impegnato a conquistarsi ogni passo contro il vento che lo investiva. Riusciva ad avanzare, ma a malapena. Nightshade, essendo un kender e pertanto di costituzione più esile e minuta rispetto al suo amico umano, aveva maggiore difficoltà. Due volte era stato rovesciato a terra e riusciva a rimanere in piedi solo aggrappandosi al braccio di Rhys. Atta, la cagna, era più bassa sul terreno e pertanto in parte riparata dalle dune, ma aveva difficoltà a sua volta. Quando la raffica successiva quasi strappò via Nightshade dalla stretta di Rhys e scaraventò Atta dentro un cumulo di legname portato dal mare, Rhys si risolse a ritornare alla grotta da cui erano appena usciti.
La caverna piuttosto piccola era tetra e ancora inondata di acqua marina, ma perlomeno lì sarebbero stati al riparo dal vento e da quei fulmini micidiali.
Nightshade si sedette accanto all’amico sulle pietre umide ed emise un sonoro sospiro di sollievo. Si strizzò via l’acqua dal ciuffo, quindi provò a fare lo stesso con la camicia, che era notevolmente logora, talmente sbiadita per i rigori dei suoi viaggi che lui non riusciva più a dire di quale colore fosse stata in origine. Atta non si stese a terra, ma passeggiò nervosamente avanti e indietro, e il suo corpo peloso bianco e nero trasaliva ogni volta che un cupo rombo di tuono scuoteva il terreno.
“Rhys”, disse Nightshade, asciugandosi gli occhi dall’acqua di mare, “era il castello di Chemosh quello che vedevamo in cima al dirupo?”.
Rhys annuì.
Un fulmine crepitò nelle vicinanze e dalla parete del dirupo rimbombò un tuono. Atta tremò e abbaiò. Nightshade si strinse più vicino a Rhys.
“Sento delle voci nel tuono”, disse il kender, “ma non capisco che cosa dicano le voci né distinguo chi stia parlando. E tu?”.
Rhys scrollò il capo. Accarezzò Atta, cercando di calmarla.
“Rhys”, disse Nightshade un attimo dopo, “penso che quelli lassù siano dei. Chemosh è un dio, dopo tutto, e forse sta dando una festa per i suoi colleghi dei. Però devo dire che non mi ha dato l’impressione di essere il tipo che ama il ballo, essendo il Dio della Morte e tutto il resto… Comunque, forse è un tipo ameno”.
Rhys osservò la luce abbagliante lampeggiare fuori della grotta e ascoltò le voci e pensò al vecchio detto: “Quando gli dei si infuriano, l’uomo trema”.
“Stanno succedendo tante cose… tante cose strane”, sottolineò Nightshade, “che io mi sento piuttosto confuso. Vorrei parlarne, giusto per essere certo che anche tu abbia avuto la mia impressione. E poi, sinceramente, se si parla, l’ululare del vento e i fulmini non sembrano poi tanto male. Non ti dispiace se parlo, vero?”.
A Rhys non dispiaceva.
“Credo che incomincerò da quando eravamo incatenati nella grotta”, disse Nightshade. “No, aspetta. Devo dire come siamo finiti lì incatenati nella grotta, per cui dovremmo incominciare dal minotauro. Però il minotauro è arrivato solo dopo che tu hai lottato col tuo fratello morto, il Prediletto, e che il bambino lo ha ucciso…”
“Incomincia dal minotauro”, suggerì Rhys. “A meno che tu non voglia risalire al momento in cui ti ho incontrato nel cimitero.”
Nightshade ci pensò su. “No, non penso di avere abbastanza fiato per risalire fin lì. Inizierò dal minotauro. Camminavamo per la strada, e tu eri davvero, ma davvero in collera con Majere e hai detto che avresti smesso di servire lui o qualunque altro dio, quando all’improvviso tutti questi minotauri sono spuntati fuori dal nulla e ci hanno catturati. Io ho lanciato un incantesimo contro uno di loro”, soggiunse con orgoglio Nightshade. “L’ho fatto cadere lasciandolo a dibattersi sulla strada come un pesce. Il capitano dei minotauri ha detto che io ero un “kender con le corna”. Te lo ricordi, Rhys?”